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C'est la vie, la mostra della morte a Parigi PDF Print E-mail
Written by redazione   
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Un teschio simbolo della morte in un dipinto di Cezanne

Il titolo può esere fuorviante, ma a ben pensarci in relatà si tratta dell'altra faccia della medaglia: la morte come antitesi della vita ed evento ineluttabile della stessa esistenza. "C'est la vie" è la mostra d'arte che celebra la morte, tema ricorrente e a volte unico di tanti artisti italiani e ovviamente anche stranieri, da Caravaggio a Hirst le cui opere soo in esposizione a Parigi al Musée Maillol. Tra questi anche l'opera dello scultore inglese Hirst, The Love of God, un cranio in platino ricoperto da ben ottomilaseicento diamanti venduto nel 2008 per 100 milioni di dollari a un gruppo finanziario ed è l'oggetto d'arte contemporanea più caro in assoluto.
Questa "vanitas" del XXI secolo, intitolata con ambigua ironia The Love of God segna il trionfo dell'opera d'arte come feticcio mercantile, come simbolo del potere del dio denaro. Ma d'altra parte è anche vero che Hirst, anche se non è stato il primo a mettere in scena dei crani, è il capofila del revival attuale di questo tema macabro, utilizzato da moltissimi artisti quasi sempre in modo superficiale e falsamente provocatorio, un elemento iconografico che è dilagato anche nella moda a livello generale.

I curatori di "C'est la vie! Vanità da Caravaggio a Damien Hirst", Patrizia Nitti e Claudio Strinati, hanno sfruttato con tempestività questo trend di moda dando vita a una mostra interessante sul tema della "vanitas", intesa come senso transeunte della vita. Interessante anche se non proprio soddisfacente, non solo per la parte storica ma anche per la scelta e l'articolazione delle opere contemporanee che rappresentano due terzi del percorso espositivo. La mostra che parte giustamente da lavori di Damien Hirst affonda nel passato fino a un mosaico di Pompei, un "memento mori" dove sono già presenti molti fra gli elementi allegorici morali delle "vanitas", tra cui, oltre al cranio, una farfalla, la ruota della fortuna, vestiti da ricco e da povero e una squadra geometrica che simbolizza la giusta misura. Sulle pareti della grande sala iniziale c'è una ampia concentrazione di quadri, sculture e foto di artisti moderni e contemporanei, senza una chiara distinzione fra le opere dove il cranio ha una vera tensione espressiva e formale connessa a un'intensità di valori, e quelle in cui appare in modo più o meno estemporaneo. Nella prima categoria possiamo inserire, oltre a un piccolo studio di Gericault, dei dipinti di Cézanne, Picasso (del periodo della guerra), e Gerhard Richter (che riattualizza le vecchie vanitas); delle foto di Mapplethorpe e dei quadri di Haring e Basquiat (angosciati dallo spettro dell'Aids e della droga)), e dei lavori degli Anni 70 di Warhol. Quest'ultimo nella serie degli Scull, mette in scena con magistrale freddezza la sua autentica ossessione per il vuoto e la morte.

Tra le sculture ci sono anche i teschi ispirati a culture primitive e azteche degli amerindi, di Jan Fabre, un teschio fatto di coleotteri che mangia un uccello e di Gabriel Orozco. Ma l'esosizione mette in mostra anche quadri come la bella natura morta formalista di Braque, dei transavanguardisti e neoespressionisti tedeschi (Cucchi, Clemente, Barcelò, Lüpertz), e brutte composizioni di Buffet e Helion. Tra i lavori di artisti più giovani, spiccano una foto cibachrome di Cindy Sherman e un cranio con vermi dei fratelli Chapman che ricostruiscono in chiave horror le vanitas barocche più truculente; oppure le radiografie di teschi e ossa di Uklanski e il teschio con orecchie da topolino di Nicolas Rubinstein. Più divertente e intelligente è una serie di foto di Tsykalov in cui si vedono angurie, melanzane e mele scavate e scolpite in forma di teschi.

La sezione finale, dedicata alle opere del passato è alquanto limitata, ma inizia con uno straordinario quartetto di opere del primo Seicento: due quadri con San Francesco in meditazione, il primo di Caravaggio e il secondo di Zurbaran; di un'estasi dello stesso santo (bella copia d'epoca di una composizione di De la Tour); e di una Maddalena penitente, un'allegoria della Melanconia, di Domenico Fetti, la versione dell'Accademia di Venezia, l'altra si trova al Louvre. Il genere delle nature morte con tutti i vari ingredienti delle "vanitas" è esemplificato attraverso buoni esempi di artisti fiamminghi, italiani e francesi. Infine c'è anche una notevole raccolta di oggetti e gioielli che provengono in buona parte dalla collezione Codognato di Venezia. Alla fine del percorso, si passa attraverso due sale della collezione permanente del museo dove è esposta una serie di grandi e prorompenti nudi femminili dipinti in tarda età da Maillol.

 

 

 

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