|
There are no translations available.
“Si me vuliss’ bbene ‘o veramente nun me faciss’ sfrocolià d’a ggente…”
Sfido chiunque sopra i trent’anni, a non riconoscere i versi della Macchietta più popolare e più canticchiata di ogni altra. Non tutti, peraltro, sanno che la Macchietta è stata una vera e propria arte del “teatro minore” del repertorio artistico napoletano, con enorme popolarità e con poderoso seguito di pubblico, in Italia ed all’estero. Nasce e fiorisce nei due decenni a cavallo dell’800 e del ‘900, quando a Napoli si diffonde la moda del Caffè-Concerto, importata dalla fascinosa Parigi. Era, quest’ultimo, un genere di spettacolo inizialmente ideato per l’intrattenimento dei clienti di principali caffè e nelle sale da tè più modaiole della città, ma che, visto lo straordinario successo popolare, si spostò rapidamente nei teatri, pur conservando il nome originario.
Si trattava di spettacoli spesso divisi in due tempi, con “quadri” rappresentati in ordine di importanza: i primi erano animati da divette eccentriche e da cantanti minori, da miseri illusionisti e da guitti, che lasciavano lo spazio finale alle vedette, alle “sciantose” ed agli artisti più attesi. Era la moda della belle époque, e la popolarità dello spettacolo dipendeva da pochi ma importanti nomi di attori e cantanti. Tra essi, a Napoli, alla vigilia della Grande Guerra, spopolavano Nicola Maldacea e Raffaele Viviani, considerati i veri inventori della Macchietta. Si trattava di un genere canzonettistico-comico, una sorta di monologo musicato che sbeffeggiava e sferzava i più diffusi e svariati esemplari della fauna umana. Figlia naturale della canzone umoristica, la macchietta aveva per oggetto un “tipo” (la mantenuta, il ballerino, il deputato, il prete, l’esattore delle tasse, il guappo, lo sciupafemmine, il gagà, ecc.) presentato in modo caricaturale, esasperandone e deformandone il modo di esprimersi, di pensare, i caratteri fisici, comportamentali e psicologici.
Era intrisa di allusioni, spesso oscene, di doppi sensi, di lievi volgarità, ma anche di spunti ironici, comici, sfacciatamente ridicoli, grotteschi, paradossali. Fu lo stesso Nicola Maldacea (1870-1945), celeberrimo attore e canzonettista napoletano, a dare la definizione più coerente delle sue creazioni: "Come un disegnatore, mi ripromettevo di dare al pubblico un'impressione immediata schizzando il tipo, segnandolo rapidamente, rendendone i tratti salienti. Da ciò l'origine della parola macchietta, che è propria dell'arte figurativa: schizzo frettoloso, che renda con poche pennellate un luogo o una persona in modo da darne un'impressione efficace con la massima spontaneità caricaturale". Fra le più applaudite macchiette di Maldacea, si ricordano Elegante, Il servitore, ‘O jettatore, Il balbuziente, ‘O paglietta, Il Conte Flick, ‘O ‘mbriaco, Il madro, ‘O sbruffone, L’ommo ‘e core, ‘O studente, Il superuomo, ‘O rusecatore (il maldicente). Erano macchiette i cui autori (poeti, commediografi e giornalisti) avevano nomi celebri: Salvatore Di Giacomo, Roberto Bracco, Armando Gill, Ferdinando Russo, Ernesto Murolo, Ugo Ricci, Rocco Galdieri, Trilussa.
Il recitativo, comico e buffo, aveva un accompagnamento musicale orecchiabile, in genere con ritornelli facilmente assimilabili, anch’essi spesso firmati da musicisti illustri come Vincenzo Valente o Salvatore Gambardella. Di sapore leggermente più acre erano le macchiette interpretate da Raffaele Viviani (1888-1950), che pure va annoverato tra i precursori del genere di cui trattiamo: i suoi personaggi avevano forse una più immediata aderenza alla realtà quotidiana della Napoli dei primi del ‘900, e talvolta svelavano, accanto alla comicità della macchietta, lati di profonda inquietudine ed amarezza. Tra le macchiette che lo resero celebre ricordiamo ‘O scopatore, ‘O scugnizzo, ‘O guappo ‘nnammurato, ‘O mariuncello. Altrettanto famose divennero le macchiette rappresentate nei teatri d’oltreoceano, in particolare presso il pubblico composto dagli emigrati di origine napoletana a New York: è incredibile quanto successo seppe raccogliere Eduardo Migliaccio (1882-1946) con le sue performance destinate all’enorme comunità italo-americana degli anni ’20 e ’30.
Migliaccio (nome d’arte: Farfariello) riscuoteva uno straordinario seguito di pubblico e di critica: otteneva buoni guadagni e favorevoli e spesso entusiastiche recensioni, per le sue macchiette divenute celebri tra i rappresentanti di ogni ceto sociale, soprattutto italo-americani che si riconoscevano nel suo spettacolo, nel quale venivano trattati, in chiave parodistica ed esilarante, i temi dell’emigrazione italiana nel Nord America nei primi decenni del secolo, nonché gli aspetti linguistici dell’idioma napoletano-angloamericano. Tornando in Italia, la Macchietta ha avuto, nel corso del tempo, importanti interpreti, sia a Napoli che altrove: abbiamo già citato, nel verso in testa all’articolo, Nino Taranto (1907-1986), con il suo Ciccio Formaggio, il personaggio dello sciocco innamorato, a cui la fidanzata taglia i pizzi della paglietta; non meno successo ebbe con il Barone “cornuto” Carlo Mazza, e con Agata (tu mi tradisci!), ancora oggi distrattamente canticchiata da molti; non possiamo trascurare un cenno al grande Ettore Petrolini, con il suo Gastone, o ancora a Peppino Villani, Virgilio Riento, Aldo Fabrizi e l’immenso Totò, che merita uno spazio a parte per la vastità del suo repertorio comico.
Ci piace per ultimo citare un artista dei giorni nostri, che ancora delizia le platee di tutta Italia (e non solo) con la sua superba interpretazione di un’infinità di macchiette celebri: parliamo del beneventano Vittorio Marsiglia, artista eclettico e capace di trasformarsi con estrema disinvoltura nei personaggi più diversi e più “strani”. Forse è l’ultimo rappresentante di quella tradizione espressiva che ha dominato le scene dei nostri teatri per anni ed anni, entusiasmando più generazioni: quel teatro semplice, diretto, vivacissimo, che diverte e coinvolge con genuina comicità, che offre all’attenzione dello spettatore, attraverso la Macchietta, il lato debole e ridicolo dei comuni personaggi della strada, sminuendo in via definitiva la tendenza moderna a far ridere a tutti i costi, utilizzando spesso bieche volgarità. Per chi ne volesse sapere di più, citiamo volentieri il delizioso libello di Vittorio Paliotti “La Macchietta”, Napoli, Ed. Bideri, 1977 (purtroppo difficile da trovare), di cui si riproduce la copertina (nella foto in alto a destra).
-------------------------------------
Articoli e file correlati:
ASCOLTA IL BRANO "Maggia curà"
M'aggia cura'. Questo brano, inciso nel 1940 per La Canzonetta, è firmato da uno dei binomi più popolari della canzone napoletana: Gigi Pisano, poeta e paroliere, e Giuseppe Ciofi, musicista. I due fecero coppia fissa dal 1934, firmando grandi canzoni. Le loro specialità sono le 'macchiette', diventate famose anche grazie ad un interprete ineguagliabile come Nino Taranto che canta anche questo brano.
GUARDA IL VIDEO "Maggia Curà" su Utility Magazine
GUARDA IL VIDEO "O Guappo 'nnamorato" di Nino Taranto
|