| A Vancouver gli Azzuri del fondo mirano al podio |
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| Scritto da redazione |
L'italia della staffetta è pronta per scendere giù dalle piste innevate di Vancouver e salire sul podio. Sono quattro uomini che devono fondersi in uno, le rivalità scomparire, le gelosie sciogliersi. Checchi, Di Centa, Piller Cottrer, Zorzi: 4x10 km, operazione a cuore aperto che mette paura. Non all'Italia, però. Dal 1992 la staffetta azzurra non è mai scesa dal podio, il segno di una continuità diventata tradizione, una scuola che in questo periodo ha impartito lezioni memorabili. Lillehammer nel '94 e Torino nel 2006 sono tra i punti più alti del medagliere azzurro nella specialità del fondo italiano: in Norvegia, Fauner che batte Dahlie (Dahlie, il tiranno del fondo) davanti a 100 mila persone via via ammutolite è il più incruento colpo di stato che la sport ricordi insieme con la vittoria dell'Uruguay sul Brasile nella finale mondiale di calcio del '50.Quattro anni fa invece: Zorzi sul traguardo con il tricolore, capelli fucsia nel nevischio di Pragelato, l'oro in casa. Il segno del comando. Tutti guardano ai quattro atleti italiani per sperare di verli salire sul gradino più alto del podio. Silvio Fauner, che a Lillehammer era il bocia del quartetto, e ora si trova a gestire la Nazionale e un'Olimpiade non proprio facile, ancorata all'argento di Piller e alle inconcludenti paturnie femminili, ci ha messo due giorni per scegliere la squadra. Ha deciso dopo l'ultimo test. Due caselle occupate, Di Centa e Piller, le altre riempite in ritardo per motivi diversi: Checchi era appeso al guaio muscolare, ma il riposo dovrebbe avergli giovato; per l'ultimo posto Zorro Zorzi invece l'ha spuntata in volata su Moriggl. Ha convinto, del cavallo pazzo azzurro, la prova nella Sprint e poi c'è sempre quell'istantanea di Torino da lucidare. Operazione non sempre positiva, ma trattandosi di staffetta e dell'Italia, propedeutica all'ottimismo.
Piller è stato in pienissima forma nella 15 km ma ha troppo subìto nella Pursuit; Di Centa, come un diesel, ha vivacchiato nella 15 km e messo fuori almeno un artiglio nella Pursuit. I due conoscono il proprio motore nei particolari, sanno quando strappare e quando decelerare. Hanno carisma e occhi ancora da tigre. E se Zorzi è la scommessa, l'aiuto a casa o il colore portafortuna, sarà Checchi l'ago della bilancia: a Liberec (Mondiali dell'anno scorso) zavorrò la squadra, qui a parole spaccherebbe il mondo, ma per ora si è fatto male solo lui. "Il quartetto è giusto. Ma li avrei fatti partire così: subito Giorgio, un cagnone che ci tiene in testa nella prima frazione perché se perdiamo qui, non si recupera più. Poi Checchi, il guascone che deve far vedere finalmente qualcosa; Piller, l'orologio, uno che non sbaglia una mossa e poi Zorro, lo stoccatore. Fauner ha scelto diversamente, vedremo". Lo dice Fulvio Bubu Valbusa, primo frazionista nella cavalcata trionfale di Torino più altre 6 medaglie tra Olimpiadi e Mondiali. Ha appena fatto 41 anni, sta a casa a rodersi il fegato ("Mi serve un'ora per scaricare l'adrenalina dopo le gare. In verità mi sarebbe piaciuto un invito dal Coni per Vancouver, qualcosina ho vinto anche io..."), fa a sms con Piller ("Dopo l'argento mi ha scritto: "E non è finita qui"") e sa, come i ragazzi che stanno qui, che tutto quanto fatto finora, oggi conta fino a un certo punto: "La staffetta è un'altra cosa. Si corre sull'uomo e bisogna essere un solo uomo, spaccarsi in quattro per la squadra. L'Italia non parte mai battuta in questa gara, ci temono. Da vent'anni siamo il baricentro della gara, se allunghiamo ci vengono dietro, se arranchiamo fanno di tutto per staccarci. Se il caldo se ne va e torna il freddo, andiamo sul podio. Solo la Svezia ci sta davanti".     |