| Nella città di Damasco tra storia e tesori vari |
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| Scritto da redazione |
![]() Arrivando in automobile da Beirut, la città si mostra immutata nel tempo, una specie di miraggio nel tempo. Un percorso di cento chilometri aridi e polverosi e poi d'improvviso si cominia a scorgere la sagoma di un agglomerato perfettamente mimetizzato tra le sabbie. Un tempo il viaggio era di certo più affascinante fatto a dorso di un cavallo o di un cammello. Si arrivava dentro le antiche mura e alla via recta, pavimentata a lastroni, con i campi di camomilla dei declivi di Salhiyeh.
Mancavano i varchi di frontiera per arrivare nella perla del deserto: Damasco, con Varanasi e Gerico uno dei più antichi insediamenti della storia, diventò capitale dell'impero mamelucco nel 1260; distrutta da Tamerlano nel 1400, fece parte per cinquecento anni, fino ai primi del Novecento, dell'impero ottomano, eccezion fatta per una breve occupazione di Ibrahim Pascià d'Egitto, dal 1832 al 1840.
Non esiste guida turistica in grado di restituire al viaggiatore la magia che le mura di Damasco sanno custodire. Nel dedalo di vie del quartiere cristiano a ridosso di Bab Touma, nel quartiere ebreo, nel Suk Hamidiyya, nel dedalo di vie intorno alla Moschea degli Omayyadi, all'interno di boutique hotel ricavati da prestigiose dimore (i migliori: Beit Al-Mamlouka e Talisman), invisibili dall'esterno, che all'interno svelano khan e liwan da mille e una notte, coperti da pergolati e decorati con la stessa meticolosa precisione con cui gli artigiani ottomani confezionavano i loro scrigni incrostati di ebano, madreperla, avorio e tartaruga. All'interno delle mura di Damasco ci si deve avventurare sereni e senza pregiudizi, con la curiosità e l'emozione di scoprire un angolo di Medio Oriente che in futuro forse non si potranno conoscere. La capitale della Siria si modernizza a vista d'occhio, con il rischio ch ela città nuova soffochi quella antica e, ora che la legge sulle importazioni è assai più permissiva - grazie alla lungimiranza del giovane, colto e dinamico Assad, educato in Gran Bretagna e amico di Sting - i segni della globalizzazione hanno incominciato a scalfire l'autenticità . Il Four Seasons di Damasco ha ormai da qualche anno colmato la lacuna di un nuovo albergo in città . È vero, anche le signore damascene avevano diritto al loro Chanel e al loro Armani, e i giovanotti ai loro Vilebrequin, e a questo ha provveduto il principe kuwatiano Majed Al-Sabah con l'apertura delle boutique Villa Moda (una è proprio sulla via recta, tra venditori di spezie, semi e frutta secca), evitando alle più abbienti la "seccatura" di volare a Parigi e rientrare con le valigie zeppe di capi firmati da rivendere alle amiche a prezzo maggiorato. Meglio lasciare la guida turistica nello zaino per gli indirizzi e tenere in mente le parole di Rafik Schami, scrittore siriano dal 1970 esule in Germania, che nel suo voluminoso romanzo Il lato oscuro dell'amore rinnova il patto di sangue con la sua città natale. "Se si vuole raccontare Damasco, bisogna fare attenzione a non affondare, perché Damasco è un mare di storie. La città lo sa; perciò, con tutto l'amore degli arabi per le strade e i vicoli tortuosi, è rimasta con una sola strada diritta, che si chiama proprio così. Quella è la linea di orientamento di qualsiasi passeggiata e di qualsiasi racconto. Si può sempre tornare alla Strada Diritta, se i vicoli, con tutti i loro infiniti angoli, ci confondono. La via recta è un compasso sovradimensionale, che da più di tremila anni indica la direzione da est ad ovest". Damasco non è una città che ostenta i suoi tesori, li cela. Ogni angolo può nascondere un pezzo di Eden, ad esempio dietro un muro scrostato, una casa diroccata, in un negozio che apparentemente vende solo cianfrusaglie. I commercianti non espongono le merci più preziose e pregiate, le serbano nelle scansie per clienti motivati. Damasco è il paradiso dell'antiquariato, ma non ci si deve fermare all'apparenza delle vetrine, che mostrano solo piccoli oggetti e souvenir. I falegnami siriani sono i migliori intagliatori arabi. I vetrai degli artisti raffinati. I tessitori (di damaschi fino a sette colori, filo d'oro compreso) più abili degli orafi. Nel quadrilatero composto da Suk Hamidiyya, Suk Medhat Pasha, Bab Al-Jabiye e Shari Hanania, il tempo sembra essersi fermato. Chi desidera un tour guidato, il colto e discreto Hussein Hinnawi è l'uomo che fa per voi. Racconterà la storia di Jane Digby, la nobildonna inglese che nel 1853, a quarantasei anni, perse la testa per Damasco e per lo sceicco beduino Medjuel el Mezrab, che sposò e al quale fu fedele fino alla morte. Se avete tempo, vi mostrerà la sua tomba, nel cimitero protestante. La parte superiore del calcare è lucida, come le pietre delle lapidi dei santi, nelle moschee o nelle chiese, accarezzate mille volte dalle mani di chi implora una grazia. Ci sono donne a Damasco che, in preda al mal d'amore, segretamente, ancora si rivolgono a Jane.     |