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A Barolo il museo dei cavatappi PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Annoni con il cavatappi più piccolo della sua collezioneSe siete incuriositi dal mondo del vino, c'è un posto in Piemonte che fa di certo per voi: è il Museo del cavatappi. Situato in piazza Castello a Barolo in provincia di Cuneo, nel centro storico accanto al Castello Falletti, all'interno di questo luogo culto del cavatappi, avrete la possibilità di fare visite libere o guidate e ammirarne fra i più diversi e preziosi. Unici, particolari, altri quasi introvabili che sono stati costruiti a partire dal 1795, quando fu brevettato dall’inglese Samuel Henshall.

Questo strumento diventò indispensabile per aprire le bottiglie di vetro prodotte per conservare e soprattutto vendere una bevanda pregiata e molto ricercata in diversi Paesi. L'idea di un museo dedicato al cavatappi è di Paolo Annoni, farmacista piemontese, diventato appassionato di questo strumento dopo un primo regalo. Dopo averne collezionati diversi esemplari nel corso degli anni, tra i mercatini di cose vecchie, antiquari specializzati e alle aste di Christie’s e Sotheby’s, decise di aprire un luogo dove anche altri appassionati potessero ammirarli. Fu così che il museo aprì nel maggio del maggio del 2006 ed è tutt'ora visitabile.

Quando, come e dove nasce il cavatappi? Non è facile rispondere a queste domande, ma possiamo fare delle ipotesi attendibili. Partiamo da due certezze: il cavatappi nasce per estrarre un tappo di sughero da un recipiente di vetro anche se non necessariamente da una bottiglia contenente vino; il primo brevetto di un cavatappi risale al 1795, ed è dell’inglese Samuel Henshall.

All’inizio del XVIII secolo il contenitore di vetro a bottiglia era un oggetto raro, costoso, fragile e dalla capacità non sempre uguale. In Italia sino al Annoni nel museo dei Cavatappi1728 il commercio del vino in contenitori di vetro era vietato e uno dei motivi principali era dato dall’esigenza di opporsi alle frodi visto che la produzione allora artigianale, non consentiva di produrre bottiglie tra loro identiche e con la stessa capacità.

Fu infatti il regio decreto del 25 maggio 1728 ad autorizzarne la vendita e questo è legato alla comparsa di bottiglie più solide, provenienti dall’Inghilterra, del tipo detto “a vetro nero” che garantivano una omogeneità di capienza. Sino ad allora il commercio del vino avveniva in fusti e botti, la bottiglia e il boccale erano utilizzati solo per portare il vino dalle cantine alla tavola e queste stesse bottiglie erano tappate con pezzi di legno cui si avvolgeva attorno della canapa o della stoppa allo scopo di renderle sufficientemente ermetiche. In seguito si utilizzarono tappi di sughero che però oltrepassavano il collo della bottiglia ed erano di conseguenza facili da rimuovere. In sostanza l’imbottigliamento era considerato una operazione destinata a durare poche ore o pochi giorni.

Gli inglesi, paese di abili commercianti e navigatori, erano anche amanti del buon vino che importavano da Italia, Francia e Portogallo, nazioni produttrici anche di sughero. Quindi vetro, vino e tappi di sughero. Abbiamo quindi tutte le premesse per l’invenzione del cavatappi, ma a cosa ci si è ispirati per realizzarlo? La teoria più attendibile ci dice che esisteva allora un oggetto metallico dalla punta attorcigliata, semplice o doppia, che serviva da cavapallottole, attrezzo in uso già a partire dalla metà del XVII secolo. Contemporanea sembra essere anche l’invenzione dei cavatappi in miniatura, spesso in materiali preziosi, che avevano la funzione di permettere l’apertura di flaconcini e ampolle contenenti profumi, unguenti di bellezza e preparazioni farmaceutiche.


Il museo del Cavatappi a Barolo
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